Almeno una volta nella vita

Questa mattina il profumo tipico delle giornate autunnali mi ha riportato indietro nel tempo di tredici anni e lontana di quattordicimila chilometri.

È stato come quando a fine giornata, rientrando a casa da lavoro, osservavo le stelle e pensavo agli immensi cieli sudamericani che dopo le mille sfumature dei tramonti lasciavano spazio ad un’infinità di piccole luci scintillanti.

Esattamente ad ottobre del 2007 mi trovavo in Uruguay e stavo per completare la mia esperienza di tre mesi come volontaria in una delle missioni che sostenevo con un’associazione presente nel mio paese. Probabilmente è stato il viaggio che mi ha fatto maturare di più, quel viaggio che se non avessi fatto, oggi non sarei la persona che sono diventata.

A 19 anni, con un borsone, un trolley e la compagnia di uno dei miei migliori amici, ho intrapreso quel viaggio che volente o nolente mi avrebbe cambiato la vita.

Mi ero appena diplomata e mi apprestavo ad intraprendere la carriera universitaria; avevo mille progetti, mille viaggi in programma e mille sogni nel cassetto, ma prima sentivo la necessità di fare questo salto nel vuoto, da sola e senza aspettative. In quei novanta giorni mi sono messa a disposizione delle volontarie permanenti con cui vivevo e ho cercato di lasciare un pezzetto di me stessa nei cuori delle persone che hanno incrociato il mio cammino. Mi sono occupata del confezionamento e della vendita al mercato dei prodotti caseari della nostra scuola di formaggi; ho giocato mille mila ore con i bambini delle scuole della città durante la ricreazione dopo aver macinato chilometri e chilometri a piedi e con quelli che venivano in oratorio durante il quale ricevevano spesso l’unico pasto della giornata; ho dato lezioni di inglese in spagnolo ai ragazzi che frequentavano la nostra scuola e ho trascorso ore in giardino ad aiutare i bambini del quartiere a fare i compiti; ho condiviso diverse esperienze con due ragazze francesi che avevano preso un anno sabatico per girare il Sud America e che hanno vissuto con noi per qualche settimana.

Quando metti piede in posti del genere diventi grande in un istante perché devi rimboccarti le maniche e buttarti nella mischia. E mentre fino al giorno prima la preoccupazione più grande era quella di controllare che l’iscrizione all’università fosse stata presa in carico, dopo quattordici ore di volo consecutive ti ritrovi a dover garantire un pasto ai bimbi del barrio.

Sono tornata a casa con un borsone vuoto, senza trolley e un bagaglio di esperienze che pesava un macigno. Ancora oggi se chiudo gli occhi posso sentire l’odore di quei posti, posso vedere i volti di quei bambini, ascoltare i loro discorsi e le risate che si facevano quando sbagliavo qualche parola in spagnolo. Oggi quei bambini sono diventati adulti e grazie ai social ho la possibilità di eliminare le distanze e avere loro notizie, felice del fatto che sono riuscita a lasciare un buon ricordo del tempo passato assieme.

Oggi a 32 anni sono mamma di un bambino meraviglioso che ha avuto in dono il nome di uno di quei bambini che ho conosciuto in Uruguay, continuo a portare avanti progetti a favore dei più deboli cercando di coinvolgere anche il mio ometto nel mondo del volontariato e lavoro con i giovani che mi scelgono e chiedono il mio aiuto.

Sono fermamente convinta, che tutti almeno una volta nella loro vita dovrebbero fare un’esperienza nel mondo del volontariato. Sono altrettanto convinta che però non tutti sono pronti a adattarsi a luoghi in cui la povertà ti prende a schiaffi o dove spesso è nascosta sotto mentite spoglie e solo se osservi attentamente e senza pregiudizi ti accorgi di tutto.

Spesso mi sono sentita dire che non era necessario andare in capo al mondo per aiutare gli altri, può essere anche vero ma ognuno sceglie personalmente il proprio percorso e non per questo aiuta di più o di meno.

Ora non si può viaggiare come si vuole ma si può fare qualcosa di concreto anche nella comunità in cui si vive. Si potrebbe impastare una torta e portarla alle persone fragili; si potrebbe bussare alle porte delle associazioni e dare la propria disponibilità; si potrebbero svolgere per gli anziani e per le persone fragili tutte quelle attività che loro non possono fare in tempo di Covid19.

Per chi invece vorrebbe usare le proprie capacità creative per aiutare gli altri si potrebbe creare qualcosa di utile. Nella prima fase della pandemia noi abbiamo creato moltissime copertine che presto voleranno in Africa, al confine con la Turchia e in Nepal per scaldare i nuovi nati sostenuti da una delle fondazioni di cui faccio parte.

Arriverà quel giorno in cui riempiremo i borsoni e partiremo per l’Africa, per la Siria, per i paesi messi in ginocchio dalla pandemia. Ora siamo qui e possiamo fare tanto nel nostro piccolo.

Nel corso di questi 32 anni spesso sono stata criticata, in particolar modo da chi mi avrebbe dovuto supportare perché le mie scelte sono state viste come un atto egoistico nei loro confronti. Questo accade perché le persone sono egoiste e non guardano realmente quello che si fa per loro o semplicemente perché non sono mai soddisfatte e pretendono che tutte le energie in nostro possesso siano destinate in un’unica direzione: la loro.

Ne ho sofferto e mi sono rialzata!!!

A tutti coloro che vogliono fare questo genere di esperienze dico: “Fatele al di là di tutto e di tutti, perché la vita è vostra e non siete nati per chiudere in un cassetto i vostri sogni e accontentare gli altri. Non smettete mai di cercare la vostra felicità, ovunque essa sia.

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